Cosa si intende con beewashing? Che differenza c'è con il greenwashing?

La pratica del beewashing, vocabolo ancora praticamente sconosciuto in Italia, è assimilabile alla pratica del greenwashing, il marketing ingannevole attuato da parte delle Aziende che comunicano qualità ambientali esagerate o addirittura false a favore di se stesse e/o dei propri prodotti.

Obiettivo del greenwashing è quello di far guadagnare ad una Azienda un posizionamento ed una reputazione ambientale importante, anche se non veritiera, allo scopo di attrarre a sè maggiore attenzione ed interesse da parte dei Consumatori - e quindi - migliorare la propria proposta commerciale aziendale e le proprie vendite.

Il beewashing è una sottocategoria del greenwashing, che appunto lavora secondo logiche similari: è una pratica di marketing attuata da Aziende che sfruttano il proprio impegno a favore delle api mellifere (cioè le api che producono miele, che vivono nelle arnie) per presentarsi come più ecosostenibili, in quanto attente alla tutela dell'intera biodiversità e degli ecosistemi.

Il beewashing può così avvenire quando un'Azienda - normalmente sulla base di proposte di consulenti esterni - sostiene progetti a favore dell'ape mellifera tramite adozione di alveari o azioni similari, pretendendo però che questi progetti a favore degli impollinatori allevati dall'uomo siano centrali per l'intera biodiversità e per la qualità degli ecosistemi.

Si tratta di una narrazione decisamente dubbia a livello scientifico, dato che in natura l'impollinazione è primariamente operata dalle circa 20.000 specie di api selvatiche ed impollinatori selvatici, che sono invece i soggetti realmente a rischio: con questa strategia, comunicativamente semplice e “market oriented”, gli impollinatori selvatici non vengono tutelati e - in funzione dei diversi contesti ambientali - potrebbero addirittura essere messi a rischio dall'introduzione di api mellifere.

Ma è ancora più "grave" il fatto di presentare le api mellifere come fondamentali per la salvaguardia dell'intera biodiversità e degli ecosistemi, quando invece la natura ci dice esattamente il contrario: sono gli ecosistemi biodiversi e biocomplessi che tutelano la vita delle api e di tutte le altre specie viventi, il beewashing sostanzialmente inverte la dinamica causa-effetto.

Sottolineiamo poi il fatto che le api mellifere non sono certamente gli insetti impollinatori più a rischio: sono infatti insetti allevati per scopi produttivi (sono insetti "da reddito") e, così come capita in molte altre pratiche agricole o zootecniche, sono direttamente accudite dall'uomo oltre che in forte crescita numerica nel Mondo (vedi la NOTA a fine articolo, dopo il banner di contatto).

Il beewashing inverte la realtà: sono gli ecosistemi sani che tutelano le api, non il contrario!

Il bee-washing sposta l'attenzione dal problema reale, quale la perdita di habitat e la conseguente diminuzione delle api selvatiche, verso soluzioni facili e "acquistabili" legate alla tutela delle api mellifere: sono però azioni non utili al contrasto dei reali problemi di morìa di api selvatiche e della tutela di biodiversità ed ecosistemi, in alcuni casi potrebbero anzi essere addirittura pericolose per le api selvatiche stesse.

Introdurre infatti api mellifere in quantità eccessive in una particolare area, senza contemporaneamente aumentare le fonti di nutrimento locali, potrebbe infatti generare una competizione "sleale" verso gli impollinatori selvatici: le api mellifere potrebbero infatti competere con gli impollinatori selvatici per il nettare e potrebbero diffondere tra loro una serie di malattie.

Inoltre, come già introdotto, tutelare le api mellifere per tutelare la biodiversità e gli ecosistemi è una narrazione non corretta in quanto esattamente opposta alle reali dinamiche ecosistemiche: non sono infatti le api produttive o altre singole specie che “salvano” gli ecosistemi, ma sono invece ecosistemi biodiversi e funzionalmente vitali che tutelano tutte le specie viventi qui presenti, fornendo loro nutrimento, riparo,....etc.!

Quindi: non intendiamo certamente ridurre la portata ed il ruolo delle api mellifere nell'impollinazione, specie nel caso di colture agricole produttive. Esprimiamo però seri dubbi sull'esagerato peso comunicativo circa il ruolo delle api mellifere nell'impollinazione naturale e nella conservazione degli ecosistemi: è un messaggio semplice ma fuorviante, soprattutto non ecologicamente corretto.

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Da dove nasce il termine bee-washing?

Il termine beewashing è stato coniato dai ricercatori Scott MacIvor e Laurence Packer della York University di Toronto e compare per la prima volta in un loro articolo scientifico del 2015 dal titolo Bee Hotels’ as Tools for Native Pollinator Conservation: A Premature Verdict? (J. S. Maclvor et al., 2015).

A seguito sono stai poi pubblicati una serie di altri articoli sul medesimo tema del beewashing, tra i quali segnaliamo l'importante testo The potential consequences of ‘bee washing’ on wild bee health and conservation (S.R. Colla, 2022), da cui questo nostro testo è stato parzialmente ispirato, l'altro articolo Honeybee Bias and Bee-washing: Effects of Vertebrate-centric Care? (O. Davies, T.D.J. Sayers, 2022), oltre infine ad un articolo divulgativo comparso su American Entomologist (Volume 71, Issue 1, Spring 2025, Page 50) dal titolo The Honey Trap: How Good Intentions of Urban Beekeepers Risk Ecological Disaster.

Il termine è nato originariamente per denunciare il paradosso del boom di soluzioni vendute come "salva-api" che, in alcuni casi, possono addirittura danneggiare le api stesse.

Il termine beewashing esprime quindi sostanzialmente una critica circa la superficialità con cui alcuni brand cavalcano la reale questione del "Save the bees" (cioè la perdita di api selvatiche e di insetti selvatici impollinatori a causa dell’alterazione e peggioramento degli habitat e dell'immissione umana di composti chimici nell'ambiente) promuovendo azioni semplicistiche a favore delle sole api mellifere.

C'è poi da aggiungere che la scelta di utilizzare le sole api come indicatori di biodiversità di un territorio è scientificamente improprio, dal momento che ci sono pool di altri indicatori biologici - validi anche se magari meno conosciuti e meno iconici - che sono in grado di rappresentare lo stato della biodiversità di un’area in maniera più ampia e completa.

Dal punto di vista pratico alcuni “consulenti di sostenibilità” sfruttano quindi l'allarme mediatico circa la morìa delle api selvatiche per vendere alle Aziende prodotti e servizi di comunicazione che però non hanno reale utilità per le api selvatiche stesse, nè per l'impollinazione naturale, nè per la salute degli ecosistemi.

A loro volta le Aziende che sfruttano questi “servizi verso le api” a sostegno della propria comunicazione di (presunta) azione a favore di biodiversità ed ecosistemi si posizionano anch'esse in maniera potenzialmente pericolosa a livello comunicativo, rischiando appunto di fare beewashing, la nuova forma di greenwashing.

In questo senso crediamo che si possa parlare di beewashing anche quando vengono promosse soluzioni tecnologiche di sola misura e monitoraggio tecnologico degli impollinatori e della fauna spacciandole per strategia di conservazione della biodiversità, senza invece che siano parallelamente previste anche azioni sostanziali di miglioramento e di rigenerazione degli ecosistemi che li ospitano grazie alla realizzazione di NBS (Nature Based Solutions) ad hoc per quegli ecosistemi.

Quindi, per dirla in modo chiaro: alla luce delle attuali evidenze scientifiche la sola tutela delle api mellifere non è considerabile una strategia efficace per la conservazione della biodiversità e degli habitat nel loro complesso, se non inserita in interventi più ampi di tutela degli habitat.

Attenzione quindi ad usare il tema della api mellifere come strategia di comunicazione aziendale di azione pro biodiversità ed ecosistemi, il rischio di greenwashing-beewashing è concreto!

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I limiti ed i rischi del bee-washing: un riepilogo

Ricapitolando quanto introdotto finora, i limiti del beewashing si possono sostanziare quindi a 4 livelli:

  • la promozione di azioni che in realtà non tutelano effettivamente le api selvatiche e gli impollinatori selvatici, i soggetti cioè che in natura operano realmente l'impollinazione e che sarebbero bisognosi di protezione;
  • la promozione del falso e pericoloso messaggio quale "tutela delle api mellifere = tutela degli ecosistemi": premesso che non ha senso qualificare una sola specie come strategica per la vita degli ecosistemi, in più in natura succede esattamente il contrario! Sono gli ecosistemi sani che tutelano le api e le altre specie viventi in essi presenti!;
  • la scelta stessa delle sole api quali bioindicatori, dato che - se prese singolarmente - non sono gli indicatori più idonei per restituire il reale stato della biodiversità in un ecosistema;
  • il sostegno a soluzioni tecnologiche di sola misura della biodiversità negli ecosistemi esistenti, che non prevedano anche la realizzazione di significative azioni di tutela e di miglioramento degli ecosistemi stessi: l'uso della tecnologia per il monitoraggio e misura della biodiversità senza l'attuazione di solidi progetti di rigenerazione, come può mai aiutare gli ecosistemi?

Sono quindi presenti numerosi errori scientifici intrinseci nella proposta commerciale che offre alle Aziende soluzioni di tutela di api mellifere per le tutela ecosistemica: attenzione però poi quando questa impropria proposta tecnica diventa la comunicazione ambientale delle Aziende che hanno sostenuto queste azioni!

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Quando si tratta di agire su temi complessi, com'è appunto la biodiversità, banalizzare le proposte di azione rischia non solo di essere inefficace ma - al limite - anche pericoloso sia per gli equilibri ecosistemici (vedi l'inserimento di api mellifere in natura, che possono competere con gli impollinatori selvatici) e sia anche per la comunicazione delle Aziende.

La biodiversità per sua definizione è olistica, le azioni a sua tutela dovrebbero coinvolgere direttamente gli ecosistemi a 360° evitando azioni a limitato respiro oltre che intrinsecamente scorrette.

Come già visto la biodiversità dovrebbe essere infatti tutelata attraverso azioni di rigenerazione dei territori, sviluppando soluzioni di rigenerazione territoriale ad ampio spettro, secondo la vocazionalità biologica dei diversi territori: non è corretto puntare invece su soluzioni semplificate (quando appunto non semplicistiche), sebbene queste possano certamente essere a basso costo, facili (in quanto di limitato o nullo impatto rispetto al modello di business aziendale), di semplice comunicazione, di certa attrattività verso il pubblico.

La biodiversità va tutelata nelle forme e nei modi adeguati: quale la proposta di Rete Clima?

La nostra Rete è composta da tecnici, che da 15 anni operano su base scientifica progettando soluzioni ambientali in modo tecnicamente ragionato e con visione olistica: in parallelo il nostro team di comunicazione facilita la narrazione e la valenza ambientale delle numerose tipologie di NBS che realizziamo insieme alle Aziende.

Crediamo che, come già ben anticipato in questo articolo di riflessione, lo scopo ultimo debba essere la tutela degli ecosistemi nella loro interezza e della loro biodiversità, mediante una visione olistica che si deve declinare nell’attuazione di azioni di sistema: parliamo - in particolare - di realizzare azioni di rigenerazione calate sui territori secondo la loro propria vocazionalità biologica, di promuovere soluzioni tecniche orientate alla biodiversità ed alla biocomplessità ecosistemica, di sviluppare progetti intrinsecamente multifunzionali.

Fonte: Rete Clima - BioForest®

L'obiettivo è quello di agire secondo una visione ampia ed integrata, tutelando la biodiversità nelle sue diverse componenti, accompagnando parallelamente le Aziende nella costruzione della propria Nature Positive® Strategy & Action ed in una comunicazione coerente, evitando così i rischi di greenwashing...o di beewashing!

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Contattaci per maggiori informazioni o per un confronto su come realizzare progetti solidi e validi per la tutela degli ecosistemi, della loro biodiversità e biocomplessità.

NOTA: anche le popolazioni allevate di ape mellifera sono oggi soggette a stress per svariati motivi, tra i quali l'introduzione di patogeni e parassiti esotici (es. Varroa destructor, peste americana, fenomeni di collasso/moria degli alveari,...etc.), e anch'esse possono essere interessate in misura minore da morìe, nonostante le cure attive degli apicoltori (situazione capitata prevalentemente in alcune zone del Nord America ed in Irlanda). Va però anche detto che il numero di colonie di api sia a livello globale che a livello europeo è in forte crescita: a livello globale, dagli anni ’60 ad oggi si è registrato un incremento di circa +85% nel numero di colonie gestite, prevalentemente per il grande incremento asiatico.

E' poi vero che alcuni comparti produttivi agricoli sono ad alta dipendenza entomofila, in particolare la frutticoltura, e si basano ancora in larga misura sull’impollinazione mediata dall'ape mellifera spesso tramite il posizionamento diretto delle arnie nei campi agricoli, in collaborazione con gli apicoltori: si tratta però appunto di uso delle api mellifere per attività di produzione agricola, non per la conservazione degli ecosistemi!

Queste indicazioni, che inseriamo per correttezza e per visione completa della realtà dei fatti, non modificano il concetto di fondo di questo articolo, che è stato appunto orientato a inquadrare le reali relazioni funzionali api mellifere-ecosistemi alla luce del grande sostegno alle api mellifere stesse promosso con il presunto scopo di migliorare gli ecosistemi (e la reputazione delle Aziende che pagano per queste attività!).

Leggi anche gli altri articoli che abbiamo realizzato sul tema del beewashing:

*  Vuoi adottare un alveare? O una mucca? O una gallina?, del 16 febbraio 2026

* Non sono le api che tutelano la biodiversità, ma è la biodiversità che tutela le api (e tutti gli altri insetti ed animali), del 26 febbraio 2026