di Valeriano Musiu

Api. Api dappertutto. Se c’è uno stereotipo emblematico della sostenibilità ambientale di facciata, si potrebbe racchiudere nello slogan “salviamo le api”. La salvaguardia di questi insetti, però, è solo un aspetto della ben più estesa e importante lotta per proteggere la biodiversità. Eppure, le api sono spesso inconsapevoli e incolpevoli “testimonial” di iniziative che, con la tutela dell’ambiente, hanno poco a che fare.

C’è perfino un termine per descrivere il fenomeno: beewashing (ispirato al ben più famoso greenwashing). Cambiano le parole, ma la sostanza rimane la stessa: che siano gli slogan green o le api, si tratta di elementi banalizzati o strumentalizzati in nome della sostenibilità, quando più spesso hanno l’obiettivo di sfruttare la difesa della natura come leva di marketing. Con effetti talvolta controproducenti. 

Che cos’è il beewashing

Il tema del beewashing è stato studiato a livello scientifico. A coniare il termine sono stati i biologi J. Scott MacIvor e Laurence Packer, in un articolo pubblicato nel 2015 sulla rivista PLOS One che si chiedeva se l’uso dei cosiddetti “bee hotel”, piccole strutture in legno progettate per ospitare le api, fossero davvero un buono strumento per favorire la conservazione degli impollinatori.

Il problema principale, per i due ricercatori canadesi, era che spesso le campagne “per salvare le api” promuovevano i bee hotel nonostante non ci fossero dati per dimostrare la loro efficacia. Ma non solo, come racconta lo stesso MacIvor, oggi professore associato di Biologia della conservazione applicata alla University of Toronto Scarborough: «Il rischio era che queste strutture sostenessero la diffusione di api non autoctone e invasive che nidificano nelle cavità, mentre la maggior parte delle api nidifica nel terreno». 

Successivamente il termine ha preso accezioni diverse. Oggi, si usa soprattutto per indicare progetti a favore delle api mellifere in cui si trasmette l’idea che la salvaguardia di questa specie, allevata dagli esseri umani, sia fondamentale per proteggere l’intera biodiversità e la qualità degli ecosistemi. Come nel caso dei bee hotel studiati da MacIvor, l’efficacia delle varie iniziative, dall’installazione di arnie sui tetti degli edifici, spesso in aree cittadine, alla messa a dimora di piante che dovrebbero attirare le api, non è supportata da evidenze scientifiche.

Fortunatamente oggi il fenomeno è meno diffuso, secondo lo studioso: «Nell’arco di dieci anni c’è stato un picco ma, almeno nell’America del Nord, si registra un calo delle iniziative di beewashing, anche grazie alla maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica su questo tema». 

Tuttavia alcune operazioni di questo tipo hanno ancora successo perché cavalcano le preoccupazioni delle persone riguardo al declino degli impollinatori: «Spesso sentiamo notizie sulle morìe di api a causa di malattie e difficoltà di svernamento, e alcune realtà continuano a fare leva sulla necessità di salvare solamente le api mellifere, con effetti a volte addirittura negativi sulle altre specie». 

Un problema reale

Pur fornendo soluzioni non adeguate, il beewashing affronta un problema reale. Solo in Europa, almeno il 37 per cento delle specie di api e il 31 per cento di quelle di farfalle risulta in declino. In uno studio del 2021 che ha analizzato i dati dell’organizzazione GBIF (Global Biodiversity Information Facility), i ricercatori hanno scoperto che il numero di specie di api osservate a livello globale è in costante diminuzione dagli anni 90, con un calo del 25 per cento.

«Le cause del declino degli impollinatori sono diverse», spiega MacIvor: «Eventi meteo più frequenti e più estremi come risultato dei cambiamenti climatici, ma anche ondate di calore, siccità e cambiamenti di uso del suolo, particolarmente rilevante per le api che nidificano nel terreno». A questi elementi, si aggiungono poi «l’uso di insetticidi e pesticidi, ma anche la competizione per il cibo e la diffusione di patologie tra le diverse specie di api». Ed è proprio su questo fronte che il beewashing rischia di fare i danni peggiori. 

Una pratica controproducente

Il primo grande paradosso del beewashing consiste nel focalizzarsi sulla protezione di una specie di api che non ha davvero bisogno di essere protetta. Nel quadro generale di declino degli impollinatori, infatti, le api mellifere sono sotto stress, ma non a rischio. Al contrario, dal 1961 a oggi il numero di colonie gestite è cresciuto dell’85 per cento a livello globale, anche se non in modo omogeneo: a fronte di un aumento in Asia, Sud America, Africa e Oceania, si è registrato un calo in America del Nord ed Europa. 

L’ape europea inoltre, per quanto sia la più diffusa al mondo, è solo una delle 20mila specie di api selvatiche presenti a livello globale. Ed è solo una delle oltre 200mila specie di impollinatori, che comprendono coleotteri, mosche, formiche, falene, farfalle, calabroni e vespe.

Le imprese che scelgono di supportare progetti di beewashing, magari attratte dalla possibilità di aumentare le proprie valutazioni ESG con gesti semplici ma di impatto, rischiano in realtà di investire in azioni poco efficaci dal punto di vista ecologico. Progetti per aumentare il numero di alveari in città o di aree protette per le api allevate, ma fuori dai loro areali nativi, possono avere effetti devastanti sulle specie di api selvatiche.

Per MacIvor, uno dei rischi più concreti è quello dello spillover o “salto di specie”. Il termine, che abbiamo imparato a conoscere durante la pandemia da Covid-19, indica il processo in cui un patogeno passa da una specie a un’altra. «Alcuni studi effettuati vicino alle serre in Nord America dalla mia collega Sheila Colla hanno dimostrato che un’alta concentrazione di specie allevate di bombi aumenta la possibilità di trasmissione delle malattie alle specie selvatiche».

Soluzioni complesse per problemi complessi

A problemi complessi come quello della perdita di impollinatori bisogna rispondere con soluzioni altrettanto complesse. Ma, prima di tutto, è necessario cambiare prospettiva: la scienza dice che salvare le api non salvaguarda la biodiversità, ma piuttosto è l’azione di creare ecosistemi biodiversi a tutelare la vita delle api, degli impollinatori e di tutte le altre specie viventi. 

Le iniziative che ricadono nella categoria del beewashing non nascono sempre da malafede: spesso rispondono al desiderio di fare qualcosa di visibile e facilmente comunicabile. Il problema è che la tutela della biodiversità raramente coincide con ciò che è più semplice da raccontare. 

Per allontanarsi da queste logiche, servono approcci basati su dati concreti ed evidenze scientifiche. Questo significa adottare una visione olistica per rigenerare i territori tenendo conto delle loro caratteristiche biologiche. Ma anche mettere in atto strategie per ridurre la dipendenza dei sistemi ecologici dalle api domestiche e l’impatto di queste sulle specie selvatiche. Altre azioni fondamentali sono ripensare i terreni agricoli integrando gli habitat e ridurre l'uso di pesticidi per sostenere al meglio le api selvatiche, oltre a eseguire screening e monitoraggi dei patogeni. 

«La prima cosa che si può fare per la biodiversità è creare o sostenere gli habitat delle diverse specie scegliendo piante, alberi e fiori autoctoni. E, in relazione a questo, è fondamentale sostenere le condizioni del suolo: il terreno infatti è centrale non solo per le piante, ma anche per le api e gli insetti che ci nidificano. Mi rendo conto che non sia eccitante quanto vendere un prodotto, ma la vera sfida è sostenere gli ecosistemi considerando le condizioni, a volte molto specifiche, che li rendono possibili», spiega MacIvor. 

«Mentre a livello globale lavoriamo per diversificare le coltivazioni adattandole alle caratteristiche dei luoghi, dovremmo fare lo stesso ragionamento per gli impollinatori e chiederci: come diverse comunità di insetti interagiscono con colture diverse?». Secondo il biologo, sarebbe necessario «favorire lo sviluppo e la diffusione di impollinatori autoctoni»: non solo api mellifere, quindi, ma osmie, bombi e api “tagliafoglie”, a seconda dei contesti naturali di riferimento.  

La partita, poi, si gioca anche su livelli più sistemici: la definizione di politiche che riconoscano l’importanza della biodiversità e di leggi per limitare lo spostamento delle api al di fuori dei loro areali di distribuzione originari possono contribuire a contrastare il beewashing, incentivando al tempo stesso azioni davvero efficaci per il ripristino della natura.

In questo contesto, per MacIvor sarebbe necessario anche ripensare agli stessi criteri ESG che guidano le politiche di sostenibilità: «Molte realtà propongono progetti per salvare le api dicendo che “contribuiranno a soddisfare i criteri ESG”. Ma di criteri ce ne sono tantissimi, e non tutti sono validi. Governi e decisori politici dovrebbero lavorare per includere solo quelli basati sulle migliori evidenze scientifiche». Solo così sarà possibile passare dagli slogan alle azioni che possono davvero contribuire a proteggere la natura.