Articolo di Valeria Barbi

L’essere umano tende naturalmente a ragionare per compartimenti: separiamo i problemi in categorie - economia, clima, agricoltura, energia - perché questo rende il mondo più comprensibile e gestibile. Questa difficoltà non è tanto un limite “intellettivo”, quanto un limite cognitivo e culturale che porta il nostro cervello a cogliere più facilmente relazioni dirette e immediate come, per esempio, “taglio un albero, ottengo il legno”. Molto meno intuitivo è, invece, comprendere effetti indiretti e distribuiti nel tempo e nello spazio, come: “taglio migliaia di alberi, cambia il ciclo dell’acqua, diminuiscono le piogge, aumentano i prezzi agricoli”. Un ragionamento che chiama in gioco concetti non immediatamente percepibili come causalità diffusa e feedback.

I sistemi naturali, infatti, funzionano in modo molto diverso da come si aspetterebbe il nostro cervello: sono reti complesse di relazioni, dove ogni elemento influenza gli altri. Una lezione che si apprende studiando discipline come l’Ecologia e la teoria dei sistemi, oppure navigando in canoa lungo un remoto affluente del bacino amazzonico, là dove le ore del giorno e della notte sono scandite dai suoni delle creature che ci vivono.


Percepire l’invisibile: le connessioni nascoste degli ecosistemi

Ogni mattina, Ezequias - la guida che era stata assegnata a me e a Davide per il periodo in cui abbiamo vissuto in un villaggio situato lungo un affluente del Rio Negro per raccogliere materiale per il nostro reportage - veniva a prenderci in canoa e ci accompagnava alla scoperta della laguna su cui si affacciavano le palafitte dei riberinhos (rivieraschi), degli igarapé - che in lingua tupi significa letteralmente “sentieri per canoe”, da ygara = canoa, apé = strada - e dell’igapò, o foresta inondata, un ecosistema terrestre tipico del bacino amazzonico, che viene sommerso dall’acqua per lunghi periodi dell’anno e che si sviluppa lungo i fiumi d’“acque nere”, come il Rio Negro, note per il loro gradiente di acicidtà e per essere povere di nutrienti ma ricche di una biodiversità unica e importantissima. 

Lì, in quei luoghi di continua transizione tra acqua e terra, fiumi e foresta, comunità animali, vegetali e umane, l’analisi della complessità diventa un esercizio obbligatorio per chi vuole comprendere, vitale per chi sopravvive lungo i fiumi, in luoghi spesso remoti, dove ogni segnale, ogni suono, ogni cambiamento, può fare la differenza. 

In occidente, invece, per anni si è pensato alla foresta come a una risorsa “locale” - legname, terra, biodiversità - senza coglierne pienamente il ruolo sistemico nella regolazione del clima, nella produzione di pioggia, nella connessioni con i fiumi e persino negli impatti su regioni lontane, complice il fatto che molte di queste relazioni sono invisibili: non vediamo l’umidità che sale dagli alberi, né i cosiddetti “fiumi volanti” nell’atmosfera, né il modo in cui un’inondazione stagionale fertilizza un ecosistema. Senza strumenti scientifici, è facile che queste connessioni restino astratte, e ciò rende più difficile inserirle nei processi decisionali su ampia scala e a più livelli. 

© Valeria Barbi

In Amazzonia, ad esempio, la pioggia nasce da un complesso intreccio tra oceano, montagne e la capacità dei circa 390 miliardi di alberi da cui è composta - un numero che supera di tre volte quello delle stelle della Via Lattea - di produrre e riciclare gran parte della propria umidità. 

Gli alberi, infatti, attraverso l’evapotraspirazione, assorbono enormi quantità di acqua dal terreno e la rilasciano nell’atmosfera attraverso le foglie. Un singolo albero può rilasciare centinaia di litri d’acqua ogni giorno, contribuendo a creare masse di vapore che si muovono nell’aria come veri e propri “fiumi volanti”. Questi, a loro volta, si combinano con l’umidità trasportata dagli alisei dell’Oceano Atlantico che soffiano costantemente aria carica di vapore verso l’interno del continente sudamericano dando origine ad un sistema noto come "Andes-Amazon-Atlantic (AAA) pathway". Quando queste masse d’aria raggiungono le Ande, la cordigliera agisce da barriera naturale: l’umidità viene costretta a salire, si raffredda e condensa, generando piogge intense che alimentano fiumi e bacini di tutta la regione[1] creando le condizioni per le piogge torrenziali nella foresta pluviale e distribuendo l'umidità in tutto il Sud America. Questo complesso sistema è ciò che rende il bioma amazzonico una vera e propria fabbrica di pioggia autosufficiente: una gigantesca “pompa d’acqua” in grado di riciclare tra il 50% e l’80% della propria umidità attraverso l’evapotraspirazione sostenendo una straordinaria ricchezza biologica fortemente dipendente dall’umidità oltre a circa il 30% della biodiversità terrestre globale.

Ma questo equilibrio è tanto importante quanto fragile e dipendente dalle scelte strategiche che compiremo nell’immediato futuro. 


Deforestazione: gli effetti nascosti

Con il termine Amazzonia si indica un vasto bioma, cioè un complesso di ecosistemi interconnessi, situato nel Nord dell’America Latina, che copre circa il 40% del continente. La sua estensione è stimata in circa 5,8 milioni di km² considerando la sola foresta, e raggiunge i 6,7 milioni di km² includendo l’intero bacino idrografico: una superficie pari a circa una volta e mezza quella dell’Unione Europea. Oggi questa regione è sottoposta a pressioni senza precedenti: aumento delle temperature, siccità prolungate, incendi, bracconaggio, inquinamento, costruzione di dighe e invasi, e deforestazione. Si stima che, in media, ogni giorno vengano distrutti oltre 1.000 ettari di foresta, equivalenti a circa sette alberi al secondo. Secondo le stime più recenti, la foresta amazzonica ha già perso circa il 17% della sua copertura originaria, avvicinandosi a una soglia critica oltre la quale il sistema potrebbe non riuscire più a rigenerarsi completamente. Solo nell’Amazzonia brasiliana, negli ultimi decenni sono stati distrutti centinaia di migliaia di chilometri quadrati di foresta.

© Valeria Barbi

Le cause sono ormai ben note e fortemente intrecciate con l’economia globale. Circa l’80% delle aree disboscate viene convertito in pascoli per l’allevamento bovino, rendendo il Brasile uno dei maggiori esportatori di carne al mondo. A questo si aggiunge la coltivazione intensiva di soia, spesso destinata all’alimentazione animale nei mercati internazionali. E, navigando il Rio delle Amazzoni, i risultati sono ben visibili anche ad occhio nudo. A solo una manciata di ore di navigazione da Manaus in direzione di Belém, capitale del Parà, dal battello è facile vedere come la foresta abbia ceduto il passo alle grandi fazendas e all’allevamento estensivo di mucche. Chilometro dopo chilometro, accanto alle piccole canoe a motore, compaiono chiatte ricolme di tronchi d’albero e grandi navi cargo in attesa dei carichi di soia. Nessuno, a bordo, ha mai avuto voglia di commentare o rispondere a qualche domanda informale quando, al tramonto, io e Davide ci avvicinavamo alla paratia in cerca dei grandi alberi madre attorno ai quali avevamo camminato nei giorni passati ad esplorare il Roraima. Suppongo faccia parte di quello status quo contro cui si pensa di non poter far nulla1.

Già nel lontano 2014, in uno studio pubblicato su Nature, Lawrence e Vandecar avevano individuato una soglia critica di deforestazione per la foresta amazzonica compresa tra il 30% e il 50%. Una volta superato questo limite, la diminuzione delle precipitazioni avrebbe portato ad un “significativo declino della struttura e del funzionamento dell’ecosistema”. Dati che farebbero supporre un’azione tempestiva da parte dei Governi. Invece, secondo gli scenari di deforestazione “business-as-usual”, l’Amazzonia potrebbe perdere circa il 40% della sua copertura forestale entro il 20502 ossia tra soli 25 anni. L’età di alcune delle persone che leggeranno questo articolo, o dei vostri figli o nipoti. 

Ma c’è un ulteriore aspetto da considerare: questa soglia critica potrebbe infatti essere raggiunta anche prima se si considera la variabile geografica. Non conta, infatti, solo quanto si deforesta, ma anche dove e in che modo avviene la perdita di foresta. Si stima, ad esempio, che per mantenere stabile il regime delle piogge siano necessarie porzioni continue di foresta intatta di oltre 500 chilometri per lato: su scala continentale, questo significa aree di circa 250.000 km² senza frammentazione significativa.

Nonostante l’80% del bioma amazzonico sia ancora ricoperto da alberi, molte zone mostrano segnali evidenti di vulnerabilità e le conseguenze hanno già dato prova della loro gravità come dimostrato dalle siccità che hanno colpito la regione nel 2005, nel 2010, nel 2015-16 e nel 2023 quando, complice anche El Nino, il livello del Rio Negro, nei pressi di Manaus, è sceso ai minimi storici lasciando isolate intere comunità e provocando la moria di migliaia di pesci e delfini di fiume, compreso Inia geoffrensis, il delfino rosa in pericolo critico di estinzione. 

La deforestazione, infatti, interrompe il ciclo dell’acqua che mantiene in vita la straordinaria biodiversità dell’Amazzonia, contribuendo a prosciugare soprattutto le aree occidentali del continente sudamericano. Affinché il sistema di riciclo dell’umidità continui a funzionare e la foresta resti in salute, gli scienziati stimano che circa il 90% del bioma debba rimanere intatto ma se i ritmi attuali di distruzione dovessero continuare, l’Amazzonia potrebbe subire trasformazioni irreversibili nel giro di pochi decenni andando a sconvolgere, in modo attualmente non del tutto prevedibile, gli equilibri climatici del pianeta e, con essi, anche economie e società.

© Valeria Barbi

Quanto costa l’acqua prodotta dalla foresta amazzonica?

“Per fare il legno, ci vuole l’albero”, recitava un celebre verso della canzone "Ci vuole un fiore", scritta da Gianni Rodari e portata al successo da Sergio Endrigo nel 1974. All’epoca, il ruolo complesso degli alberi era ai più sconosciuto ma oggi, grazie alla ricerca e agli studi sul campo, le cose stanno fortunatamente cambiando ed ora è più facile tradurre le interconnessioni in servizi e numeri, rendendole più concrete per la politica, l’economia e per chi è ancora convinto che le scelte di consumo quotidiane dell’occidente non siano in qualche modo collegate anche a biomi ed ecosistemi così lontani da noi. 

E’ quanto ha cercato di fare un recente studio pubblicato su Communications Earth & Environment3 in cui si evidenzia il ruolo attivo delle foreste nella formazione delle precipitazioni, e se ne quantificano i benefici anche in termini economici trasformandole da semplici elementi passivi del clima, a protagoniste attive nella sua formazione.

Dai dati emerge un quadro chiaro: per ogni 1% di foresta tropicale che scompare, le precipitazioni annuali nelle aree circostanti diminuiscono in media di circa 2,4 millimetri. E non si tratta di un effetto locale e isolato: la riduzione si manifesta su aree molto vaste, fino a 200 chilometri per lato attorno alla zona disboscata. Può sembrare una variazione minima, ma sommata nel tempo e su larga scala può influenzare intere regioni.

Tradotto in termini più tangibili: Baker et al. hanno stimato che ogni metro quadrato di foresta tropicale contribuisce mediamente con circa 240 litri d’acqua all’anno alle piogge regionali. Nella foresta amazzonica questo contributo è ancora più elevato, arrivando a circa 300 litri per metro quadrato ogni anno. Ciò significa che la distruzione di un solo chilometro quadrato di foresta può comportare la perdita di circa 240 milioni di litri di pioggia all’anno nell’area influenzata. A livello economico, per dare un’idea di quanto valga il contributo della foresta come gigantesca “pompa d’acqua”, lo studio considera un prezzo unitario dell’acqua costante così come stimato dall’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (IBGE) e dall’Agência Nacional de Águas e Saneamento Básico (ANA) pari a 0,11 R$ per m³ (circa 0,018 euro per m³). Con questo riferimento, la pioggia generata dalla foresta amazzonica corrisponde a circa 51,32 euro per ettaro all’anno. Stimando, dunque, che la “produzione di pioggia” dell’Amazzonia brasiliana valga circa 19,6 miliardi di dollari all’anno, lo studio aiuta a mettere sullo stesso piano conservazione e sviluppo economico e rende palese, forse per la prima volta, come la protezione della foresta non sia più soltanto una questione ambientale, ma una scelta strategica che riguarda il funzionamento stesso delle economie moderne.

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E proprio il settore agricolo, rende evidente il paradosso in cui si trova a vivere non solo il Brasile ma l’intero Pianeta. Il gigante sudamericano, infatti, è uno dei principali produttori globali di semi di soia, carne, canna da zucchero e caffè, latte e derivati, e tabacco. Agricoltura e allevamento ricoprono conseguentemente un ruolo di primaria importanza per l’economia brasiliana e, congiuntamente considerati, hanno contribuito al 5,9% del PIL nel 2024, per un totale di $121 miliardi di valore aggiunto. Includendo anche l’industria della trasformazione del cibo e la distribuzione, il settore agroalimentare contribuisce circa al 7% (dati al 2021) del PIL4. Disboscare la foresta crea nuovi terreni coltivabili, ma le colture dipendono spesso proprio dalle piogge generate dagli ecosistemi intatti nelle aree circostanti. Per produrre l’acqua necessaria ad alcune coltivazioni, può essere richiesta una superficie forestale più ampia di quella effettivamente coltivata. In questo senso, la deforestazione rischia di compromettere le stesse condizioni climatiche che rendono possibile l’agricoltura.

In alcune zone dell’Amazzonia brasiliana, una riduzione della copertura forestale di appena pochi punti percentuali è stata associata a un calo delle precipitazioni nella stagione secca di circa il 5%5. Gran parte di questa diminuzione non dipende solo dalla riduzione dell’evapotraspirazione locale, ma anche da cambiamenti nella circolazione atmosferica, che limitano l’arrivo di umidità da altre regioni. La perdita di foresta sembra quindi in grado di indebolire l’intero sistema che trasporta l’acqua attraverso il continente.


Il prezzo invisibile: biodiversità sotto pressione

Il bioma amazzonico non comprende solo la più vasta foresta tropicale rimasta al mondo, ma ospita anche almeno il 10% della biodiversità conosciuta del pianeta, inclusi numerosi esemplari di flora e fauna endemici e a rischio di estinzione. Estendendosi per oltre 6.600 chilometri, insieme alle sue centinaia di affluenti e corsi d’acqua minori mantiene la più grande varietà di specie di pesci d’acqua dolce al mondo e contribuisce per circa il 15-16% al totale delle acque fluviali che sfociano negli oceani. Senza contare la quantità straordinaria di mammiferi, uccelli, anfibi e rettili che popolano questo bioma, e i circa 43 milioni di persone che vivono in questo vasto territorio che si estende attraverso nove diversi sistemi politici nazionali. Una varietà che attiva i cinque sensi ad ogni passo: l’olfatto inizia a percepire, prima ancora degli occhi, il passaggio tra zone d’ombra e di luce grazie alla guida odorosa di muschi, epifite, alberi di cumaru (Dipteryx odorata) e motacù (Attalea phalerata). L’udito rileva il trascorrere del tempo grazie a suoni che si attivano in base all’ora del giorno e della notte. Quando il sole sta per tramontare è il momento delle scimmie urlatrici che, come leoni, ruggiscono tra i rami. Gli insetti entrano in azione quando il cielo si colora di rosa e azzurro: una specie dopo l’altra, come in una sinfonia d’archi. Sempre più forte, sempre più ipnotica6. Poi, all’alba, si spegne lentamente e cede il passo agli ara scarlatti che volano in coppie sulle cime delle palme reali, oppure al tucano che “annuncia la pioggia”, come ci ripetevano sempre al villaggio.

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Studi recenti indicano che, nelle aree più colpite dell’Amazzonia brasiliana, anche riduzioni relativamente limitate della copertura forestale sono associate a una contrazione significativa delle comunità di vertebrati, con effetti sinergici legati alla perdita di habitat e alla distanza dalle aree forestali intatte7. Grandi predatori come il giaguaro, ad esempio, necessitano di territori vasti e continui: quando la foresta si spezza in “isole”, questi animali entrano più facilmente in conflitto con l’uomo o vedono ridursi le loro fonti di cibo. Parallelamente, ecosistemi meno studiati - come savane, zone umide e aree di transizione - hanno perso circa il 10% della loro estensione tra il 2000 e il 2022, riducendo ulteriormente la diversità biologica complessiva8. Proprio come accade per il ciclo dell’acqua, anche nel caso della biodiversità la situazione è così paradossale da assumere le sembianze di un cane che si morde la coda. Se da un lato, infatti, il declino della diversità biologica della regione è aggravato dalla perdita di resilienza dell’ecosistema amazzonico, osservata attraverso dati satellitari che suggeriscono una crescente vulnerabilità a siccità e disturbi climatici, dall’altro la perdita di biodiversità locale compromette il funzionamento dell’intero bioma, rendendolo più vulnerabile a shock esterni e meno capace di fornire servizi ambientali quali la purificazione dell’acqua, il mantenimento del suolo o la prevenzione dell’erosione. Senza contare le conseguenze per le comunità locali e, ad ampliare il raggio di indagine, per l’intera umanità che non solo si troverebbe a vivere in un mondo sicuramente più povero in termini di bellezza e varietà, ma che rischia di perdere una ricchezza preziosa e per lo più sconosciuta, la cui scomparsa corrisponderebbe ad un incalcolabile danno economico e culturale. Il patrimonio genetico della biodiversità amazzonica ha, per esempio, un valore strategico per lo sviluppo di nuovi farmaci e nuovi fitoterapici, un potenziale da non sottovalutare visto che circa il 25–30% dei farmaci moderni deriva direttamente o indirettamente da piante e oltre il 60% dei farmaci antitumorali ha origine naturale (piante, funghi, microrganismi.

I fiumi: arterie invisibili della foresta

Un elemento fondamentale, spesso trascurato, nelle discussioni sulla conservazione è il ruolo dei fiumi che compongono il bacino amazzonico. Una rete paragonabile ad un vero e proprio sistema circolatorio che sostiene la vita della foresta e regola cicli ecologici complessi.

© Valeria Barbi

Le inondazioni stagionali che formano l’igapò, ad esempio, trasportano nutrienti essenziali che mantengono la fertilità dei suoli e permettono la sopravvivenza di ecosistemi unici da cui dipende la sopravvivenza delle comunità rivierasche che vivono ancora per lo più di pesca di sussistenza. Queste aree ospitano numerose specie di pesci, anfibi e uccelli adattati a vivere al confine tra acqua e terra, laddove le acque sono povere di nutrienti. 

Senza contare il ruolo diretto dei corsi d’acqua nella formazione dei fiumi volanti che, come abbiamo visto, sono fondamentali per la sopravvivenza dell’intero bioma e per la stabilità del clima regionale e globale. Nonostante questo, però, per decenni le politiche di conservazione si sono concentrate quasi esclusivamente sulla protezione della copertura forestale, trascurando sia i sistemi fluviali che la biodiversità più largamente intesa. 

Il quadro che emerge oggi, invece, grazie a numerosi studi sul campo, è quello di un sistema interconnesso, dove ogni elemento – alberi, animali, acqua, clima – contribuisce a mantenere un equilibrio delicato da cui dipendono interi settori economici, ma anche la sopravvivenza di una straordinaria varietà di vita, culture e tradizioni locali. 

Il reportage è parte di WANE - We Are Nature Expedition, un progetto multimediale di Valeria Barbi (naturalista, giornalista ambientale e scrittrice esperta di biodiversità) e Davide Agati (fotografo e documentarista). Dal progetto WANE sono nati “Dall’Alaska alla Patagonia: viaggio attraverso gli ecosistemi più straordinari del mondo” (Valeria Barbi, editori Laterza) e The Wild Line, la mostra fotografica di Davide Agati.  Ad ottobre 2026 verrà inaugurata la nuova mostra fotografica di Davide Agati, con i testi di Valeria Barbi, dedicata al reportage nell’Amazzonia brasiliana, dal titolo: Radici nella corrente: vivere e resistere lungo i fiumi d’Amazzonia

Note

  1. A rappresentare una quota significativa della perdita forestale è il disboscamento illegale, alimentato anche dalla domanda di legname pregiato. Parallelamente, attività estrattive – dall’oro al ferro – avanzano anche in aree protette, spesso accompagnate da reti informali e difficili da controllare. Le nuove infrastrutture, come strade e dighe, svolgono infine un ruolo decisivo: frammentano la foresta facilitando l’accesso dei bracconieri ad aree prima isolate. Un ulteriore fattore di pressione è rappresentato dagli incendi. Nella maggior parte dei casi non sono naturali, ma appiccati per liberare terreni. Tuttavia, con l’aumento delle temperature e delle siccità, questi roghi diventano sempre più difficili da contenere, trasformandosi in incendi su larga scala. ↩︎
  2. https://www.nature.com/articles/nclimate2430 ↩︎
  3. Baker, J.C.A., Smith, C., Veiga, J.A.P. et al. Quantifying tropical forest rainfall generation. Commun Earth Environ 7, 150 (2026). https://doi.org/10.1038/s43247-025-03159-3 ↩︎
  4. https://www.bperestero.it/documents/d/bper-estero/brasile-report2
     ↩︎
  5. https://www.nature.com/articles/nclimate2430
     ↩︎
  6. “Dall’Alaska alla Patagonia: viaggio attraverso gli ecosistemi più straordinari del mondo”, di Valeria Barbi, Editori Laterza 2025. ↩︎
  7. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1617138125000196?utm_source=chatgpt.com
     ↩︎
  8. https://science.nasa.gov/missions/landsat/tracking-losses-in-the-amazon-beyond-the-rainforest/?utm_source=chatgpt.com ↩︎