Per la 21a volta, l’inizio dell’anno nuovo vede la pubblicazione da parte del World Economic Forum del Global Risks Report, il documento che identifica e analizza i rischi globali più urgenti percepiti a breve e lungo termine da parte di leader ed esperti di diversi settori negli ambiti geopolitici, sociali, ambientali, economici e tecnologici.
L’edizione 2026 delinea un panorama internazionale dominato dall'incertezza e dall'ingresso in quella che viene definita “l’era della competizione” e riflette in maniera attesa e quasi un po’ scontata la politica globale, così come oggi è male orientata da Donald Trump.

I temi che prevalgono sono confronto geoeconomico, disinformazione, sicurezza internazionale, negazione dei rischi ambientali, aumento della competizione per l’accesso alle risorse.
E' interessante notare come questo clima geopolitico globale porti nel breve termina ad una minor percezione dei rischi ambientali che però ancora evidentemente dominano scenari di rischio a medio-lungo termine.

I rischi e gli impatti attesi vengono mappati nel report a partire da una survey che riflette le opinioni di oltre 1.300 esperti mondiali, e li analizza rispetto a tre orizzonti temporali: l'immediato (2026), il breve-medio termine (fino al 2028) e il lungo termine (fino al 2036).
Il mondo nel 2026 viene definito dal report “sull’orlo del precipizio” ed il rischio che spaventa di più gli esperti è quello definito come “confronto geoeconomico” (salito dalla terza posizione dello scorso anno), con il 18% degli intervistati che lo considera il rischio che più probabilmente scatenerà una crisi globale nel 2026, contro il 14% dei conflitti armati e l’8% degli eventi meteorologici estremi.
Questo perché “il sistema multilaterale è sotto pressione. Il calo della fiducia, la riduzione della trasparenza e del rispetto dello stato di diritto, uniti all'accresciuto protezionismo, stanno minacciando le relazioni internazionali di lunga data, il commercio e gli investimenti, aumentando la propensione al conflitto”.

Anche nel breve periodo (2026-2028) l’attenzione principale degli esperti è orientata decisamente verso le tensioni geopolitiche ed economiche, pertanto il confronto geoeconomico resta in cima al ranking.
La crescente multipolarità e l’indebolimento del multilateralismo stanno portando a crescita del protezionismo, instabilità delle catene di approvvigionamento e un progressivo indebolimento della trasparenza internazionale.
Cresce di conseguenza anche la preoccupazione verso possibili crisi economiche e crescita di inflazione: per gli esperti, l'alto debito e i tassi di interesse persistenti aumentano la vulnerabilità a shock finanziari.
La disinformazione e la misinformazione rimangono criticità molto significative (al secondo posto nell'orizzonte a due anni), erodendo la fiducia nelle istituzioni e rendendo più difficile affrontare le sfide collettive.

A lungo termine, i prossimi dieci anni vengono definiti dal report come “l’era della competizione” che potrà portarci nel 2036 “over the edge”, oltre i limiti, i punti di rottura.
In questo orizzonte temporale sono i rischi ambientali a dominare la classifica: per questi temi è evidente un cambio di percezione rispetto al passato che porta ad una “deprioritizzazione” sul breve termine ma ad un pessimismo estremo sul lungo termine (ben 5 rischi nei primi 10 sono di carattere ambientale).
Al 2036 le minacce principali sono infatti quelle legate agli eventi meteorologici estremi, alla perdita di biodiversità e alle alterazioni irreversibili dei sistemi naturali, fattori capaci di compromettere la stabilità globale e la sicurezza alimentare.
La riduzione dell’attenzione rispetto ai rischi ambientali sul breve termine non è solamente relativa rispetto ad altri rischi in ascesa (come quelli geopolitici), ma denota un allontanamento assoluto dalle preoccupazioni ambientali immediate.
Le crisi geoeconomiche e i conflitti armati stanno assorbendo tutta l'attenzione politica ed economica, mettendo in secondo piano la transizione ecologica.

A lungo termine però la preoccupazione rispetto agli impatti ambientali e alle conseguenze sulle nostre economie resta altissima e prioritaria.
Circa tre quarti degli intervistati (75%) esprime un pessimismo profondo riguardo al futuro ambientale dato che le infrastrutture strategiche (reti elettriche, catene di approvvigionamento) sono considerate sempre più esposte e vulnerabili agli effetti della crisi climatica.
Il report rende inoltre evidente come nella percezione del rischio risulti inscindibile il legame tra ambiente e geoeconomia, dato che viene sottolineato di come ci sia sempre più consapevolezza del fatto che i cambiamenti climatici stanno agendo come moltiplicatore di instabilità geopolitica.

In questo contesto, la competizione per l’accesso alle risorse, soprattutto i minerali critici necessari alla transizione energetica (quali ad esempio il litio) sta spingendo le grandi potenze a investimenti neocolonialisti.
Nel report si cita quanto sta facendo la Cina in tutta l’Africa ma non si possono ignorare le scelte di politica estera statunitensi degli ultimi giorni (dal Venezuela alla Groenlandia). Anche l’apertura e il controllo di nuove rotte commerciali artiche preoccupano nel lungo termine.
In sintesi, il report ci dice che il rischio maggiore a breve termine viene identificato di fatto come una ricerca di sicurezza, ma allo stesso tempo evidenzia come questo stia andando a frenare o impedire un’azione collettiva basata sulla cooperazione e il multilateralismo estremamente necessaria per prevenire il collasso ambientale identificato come il rischio maggiore a lungo termine.
Il report e gli esperti riportano però anche alcune possibili soluzioni o scenari da perseguire per ridurre i rischi.

Per sostenere il multilateralismo e contrastare l'aumento dei conflitti, il report sottolinea come anche in un contesto di forte competizione, le nazioni debbano scegliere la "collaborazione strategica", magari tramite accordi internazionali mirati piuttosto che su quadri multilaterali globali che stanno perdendo efficacia.
A livello delle aziende dovrebbero essere implementate strategie specifiche per rafforzare la resilienza delle supply chain, rendendole meno vulnerabili alle tensioni geoeconomiche e al protezionismo.
Sarà importante agire anche contro la polarizzazione sociale e la disinformazione che stanno indebolendo la fiducia nelle istituzioni, promuovendo educazione e alfabetizzazione digitale.
Per quanto riguarda i rischi ambientali, diverse innovazioni tecnologiche potranno aiutare a ridurle: viene citato il calcolo quantistico che potrà permettere di migliorare la velocità e l'accuratezza della modellazione climatica e meteorologica, rendendo di conseguenza possibili risposte più efficaci agli eventi estremi.

Si dovranno rafforzare le infrastrutture critiche divenute obsolete, come le reti elettriche, per proteggerle sia dagli eventi climatici estremi sia dalle minacce informatiche.
Sarà necessario sviluppare e utilizzare strumenti finanziari specifici dedicati alla gestione dei rischi climatici, per sostenere la transizione e proteggere le economie dai danni ambientali.
Come detto, il cambiamento climatico è un moltiplicatore di instabilità: la gestione sostenibile delle risorse naturali deve pertanto diventare parte integrante delle strategie di sicurezza nazionale per evitare conflitti.