Articolo di Antonio Piemontese
Storicamente le città nascono come aggregazioni legate a esigenze economiche e di sicurezza. Ma alcuni modelli di sviluppo portano con sé quelle che gli economisti definiscono “esternalità negative”, cioè costi nascosti che pesano su sistemi umani e naturali, categoria in cui a buon diritto rientrano gli effetti urbani del cambiamento climatico. Come saranno i luoghi urbani del futuro visti in questa prospettiva? Chiederselo non è banale.
L'esperienza di Medellin
L’impatto della crisi climatica è già forte sulle città del globo (dove, nel 2040, vivrà probabilmente circa il 65% della popolazione mondiale). Inondazioni, siccità, frane: l’elenco dei fenomeni estremi è lungo. Ma se le azioni di mitigazione (cioè di riduzione delle emissioni serra) restano fondamentali per mantenere il mondo nella traiettoria dell’Accordo di Parigi nel lungo periodo, già oggi è necessario correre ai ripari con politiche di adattamento nei territori più esposti. Come le nature-based solution, per esempio, soluzioni volte a proteggere, gestire in modo sostenibile e ripristinare ecosistemi naturali o modificati, affrontando efficacemente le sfide della società e del clima e garantendo al tempo stesso vantaggi per gli esseri umani e la biodiversità.
Così, per esempio, caldo estremo e isole di calore possono essere arginati aumentando e valorizzando il verde urbano. Pensiamo, per esempio, al caso di Medellin, in Colombia: la città, un tempo associata solo alle scorribande dei narcos, è ormai la più moderna del paese, capitale delle startup e degli investimenti tecnologici. E, forse, proprio per questo si è messa alla testa della corsa all’adattamento. Tra il 2016 e il 2019, l’amministrazione comunale ha creato oltre 30 “corridoi verdi”, cui si aggiungono ampi muri ricoperti di piante per rinfrescare l’aria della “città dell’eterna primavera”, come viene spesso chiamata. Specialmente nelle zone dove la vegetazione manca, questi interventi permettono di regolare la temperatura, assorbire polvere e contaminanti, mitigare il rumore del traffico e migliorare l’ossigenazione. Il risultato, in alcune aree, è stato interessante: un abbassamento dichiarato dei valori su termometro fino a 2°C.

Gestire meglio l’acqua piovana: il caso di Rotterdam
L’innalzamento del livello dei mari e le precipitazioni estreme sono un’altra delle sfide che attendono, e in parte già riguardano, gli insediamenti urbani. Anche in questo caso l’adattamento è centrale, e anche questa volta non mancano le tattiche messe in campo dalle amministrazioni. Con qualche idea creativa. L’acqua piovana, per esempio può essere raccolta in vasche di accumulo che, quando il cielo è sereno, possono trasformarsi in piazze e luoghi di socialità, come accade a Rotterdam, nei Paesi Bassi. Lo spiega bene l’urbanista Elena Granata, docente al Politecnico di Milano: nella città portuale, “una dimensione non prevale sull’altra […]Le piene accadono con frequenza, e resistere all’acqua talvolta è impossibile. Provare ad adattare il sistema urbano al rischio, ad ammorbidire gli impatti, a creare zone cuscinetto significa prendere la natura per il suo verso e non opporle resistenza” (“Placemaker”, Einaudi, 2021). Una sintesi efficace del concetto di Nature based Solution. Che, in qualche caso, è unito a un tocco di design tipicamente nederlandese.

Il caso delle città-spugna cinesi
E che dire, poi, delle “sponge city”, cioè, letteralmente, “città spugna”? Si tratta di progettare l’abitato in maniera da creare un sistema di drenaggio urbano in grado di assorbire e trattenere l’acqua in eccesso e renderla disponibile in caso di bisogno.
In termini pratici, materiali impermeabili come l’asfalto vengono sostituiti da superfici permeabili, in grado di favorire il deflusso del liquido evitando gli allagamenti: in questo modo si riesce a ottenere anche una riduzione dell’effetto “isola di calore”. Il concetto di “sponge city” è stato sviluppato a inizio millennio da Kongjian Yu, professore all’università di Pechino: e nel 2013, il governo comunista lo ha adottato ufficialmente come politica nazionale.
Il lavoro da fare in Cina sarà lungo, anche perché molte città sono state progettate con criteri occidentali - e senza tenere conto delle particolarità locali, per esempio il monsone -. Ma, nondimeno, in un paese che corre incontro allo sviluppo, è ormai irrinunciabile.

Ridurre le frane: il caso di Freetown, in Sierra Leone
Altro caso interessante è quello di Freetown, in Sierra Leone: una città progettata per 400mila persone che, invece, conta 1,5 milioni di abitanti e dove, a partire dal 2020, l’amministrazione ha piantato oltre un milione di alberi. L’idea è nata come reazione a un drammatico evento del 2017, quando la frana nel quartiere di Regent fece oltre mille morti e circa cinquemila sfollati: una legge sui terreni edificabili approvata nel 1960, subito prima dell’indipendenza dal Regno Unito, aveva favorito il disboscamento e la speculazione edilizia.
Come è noto, gli alberi aiutano a combattere le frane, ma sono anche utilissimi per mitigare il caldo. Tutto, peraltro, avviene con la partecipazione e il coinvolgimento della popolazione: un’app sfrutta i Qr code e permette ai cittadini di monitorare i progressi con un livello di dettaglio che arriva al singolo albero.

Riportare la natura nelle città
La tecnologia è, da alcuni, presentata come soluzione a tutte le sfide ambientali dei centri urbani; eppure pone anch’essa nuovi problemi, e questo sarà uno dei temi chiave dei prossimi decenni.
Viviamo in un mondo iperconnesso, e la possibilità di scambiarci dati non è a costo zero dal punto di vista climatico: i data center su cui sono basate le applicazioni che usiamo tutti i giorni e che hanno permesso la dematerializzazione della contemporaneità consumano quantità di risorse idriche ed energetiche enormi: come gestiremo il loro impatto quando aumenteranno, come sta già accadendo? Certo, quando strettamente necessari, possono essere almeno in parte integrati in una logica di economia circolare: il calore raccolto dall’acqua usata per raffreddare i chip può, per esempio, alimentare reti di teleriscaldamento. Ma non basta.
Il tema di fondo resta, probabilmente, un altro: educare a un uso consapevole dell’intelligenza artificiale e della tecnologia, sia dal punto di vista della vita personale sia da quello della collettività, senza assegnarle il compito di salvarci da noi stessi. L’Ai può essere impiegata anche per migliorare la qualità della vita urbana, dalla gestione degli eventi meteorologici estremi all’ottimizzazione delle reti energetiche basate sulle fonti rinnovabili: ma non può sostituire ciò che rende una città davvero resiliente (per esempio le Nature based Solution) e un approccio più parco alla quotidianità.
Siamo a un punto di svolta. Abbiamo trascorso gli ultimi due secoli a portare la natura fuori dalle città: il futuro, al contrario, richiede di ricucire questo rapporto, riportandola dentro gli spazi urbani. Affiancandola, come è ovvio, all’innovazione. Non sarà facile: serviranno risorse, visione e buona volontà; e bisognerà fare i conti con l’inerzia che accompagna ogni grande cambiamento. Ma è una sfida epocale che il mondo non può permettersi di perdere.
