di Giacomo Talignani
Nel 1991 scoppia la guerra del Golfo, Riccardo Cocciante vince il Festival di Sanremo, finisce l’Apartheid, muore Freddy Mercury, l’Ucraina si dichiara indipendente e un giovane 36enne di Londra dal nome Tim Berners-Lee pubblica il primo sito web al mondo.
In quello stesso anno, un organizzazione statunitense con un acronimo che forse vi ricorderà qualcosa - detta ICE - ha a disposizione per la sua campagna (dis)informativa un bel po’ di soldi, circa mezzo milione di dollari.
Del resto a finanziare e creare l’ICE, che sta per “Information Council for the Environment” (Consiglio di informazione per l’ambiente), è direttamente l’Associazione nazionale del carbone insieme ad altri gruppi dei combustibili fossili, decisi a suon di verdoni e pubblicità a “correggere” la strana piega che il Pianeta sta prendendo.

L’anno prima infatti, dopo decenni in cui più ricerche scientifiche stavano già documentando il collegamento diretto tra emissioni delle fonti fossili e surriscaldamento globale, era arrivato un “fastidioso” allarme planetario.
L’IPCC, Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, nel 1990 pubblicò infatti un report che informava come la temperatura media della superficie terrestre fosse aumentata di 0,6 gradi rispetto ai livelli pre-industriali.
La causa principale, scrissero nero su bianco, erano le attività dell’uomo legate ai combustibili fossili. La freccia era stata dunque scagliata ma il bersaglio, anziché restare lì dov’era, fece di tutto per spostarsi, mascherarsi e scomparire dai radar.
L’ICE infatti, così come altri enti di lobby a protezione degli interessi economici del fossile, programmò una contro campagna stilando un decalogo degli obiettivi da compiere, spesso necessari per manipolare i media.

Il primo obiettivo, apparso in una nota privata poi diventata pubblica, era chiarissimo: “Riposizionare il riscaldamento globale come teoria (non come fatto)” si legge in cima alla lista.
In quella singola frase, forse più di ogni altra campagna di pura negazione sia sull’esistenza del surriscaldamento sia sulle sue cause, c’è il cuore del funzionamento delle fake news climatiche che tutt’oggi provano a mettere i bastoni fra le ruote all’inversione di marcia necessaria per salvare, più che il Pianeta, noi stessi.
Negare, riposizionare, distorcere la realtà o ostentare il contrario, così come far leva sulle incertezze o dubbi delle persone, sono le armi che da decenni imbracciano coloro che, quasi sempre per interessi economici, combattono le verità scientifiche, contribuendo a indebolire gli sforzi climatici e della transizione energetica.
Si tratta di qualcosa che avviene da ben prima dei social e i maestri di quest’arte oscura, oltre che le fonti principali da cui nascono buona parte delle fake news, sono sempre loro: figure legate a doppio filo a produttori di petrolio, gas e carbone a cui di recente si sono aggiunte anche le lobby dell’industria agroalimentare (dalla carne ai fertilizzanti).

Ci sono prove di 60 anni fa - ben prima dei report IPCC - di come le multinazionali dell’oil&gas fossero informate degli effetti nocivi della combustione fossile ma preferirono sempre, fra pubblicità e slogan, continuare a raccontarci un’altra storia.
Mobil ed ExxonMobil pubblicavano redazionali negazionisti, British Petroleum diffondeva campagne marketing in cui faceva sembrare che i responsabili della crisi del clima fossero le scelte dei cittadini anziché le emissioni del greggio; i lobbisti e le associazioni come ICE o Global Climate Coalition lanciavano invece messaggi come “non mettete a rischio il nostro futuro economico” per terrorizzare i primi negoziati di Kyoto.
Ai tempi, i venditori di dubbi, potevano contare su poche ma solide certezze per la loro impresa: la difficoltà delle persone nel reperire informazioni sul cambiamento climatico, la poca percezione generale sul global warming e una limitata diffusione del tema.
I loro sforzi di lobby erano mirati dunque soprattutto a installare scetticismo fra opinione pubblica e decisori politici approfittando di una scarsa consapevolezza generale sul problema climatico.

Nel frattempo però sono successe un bel po’ di cose: da quella frase del 1991, anno in cui si contavano circa 355 parti per milioni di CO2 in atmosfera, siamo passati ora a quasi 430 ppm.
Tradotto, l’accumulo di gas serra ha trasformato la crisi del clima non più in una possibilità, ma in realtà evidente, come purtroppo sappiamo bene tra morti e distruzione di natura e territori.
Quella stessa realtà è diventata poi oggetto di oltre 200mila pubblicazioni scientifiche e il consenso sul fatto che il cambiamento climatico sia causato dall'uomo e le sue emissioni è condiviso tra il 97 e il 99% da tutti gli scienziati che si occupano di clima.
Ritradotto: le informazioni chiare e certe ora ci sono e la percezione è aumentata.
Come fare dunque a continuare a installare dubbi e difendere gli interessi economici?
Sfruttando una nuova arma di diffusione che, per sua natura, non è quasi mai comprovata: i social. Grazie alle nuove piattaforme oggi il lavoro dei lobbisti che insinuano dubbi si mescola velocemente a quello di complottisti, negazionisti, persino a semplici cittadini contrari agli sforzi necessari della transizione economica.

In uno studio della Boston University viene raccontato bene che livelli eccezionali può raggiungere la disinformazione in rete: in brevi intervalli temporali si possono contare, su Twitter, addirittura 22mila tweet che diffondo informazioni fuorvianti sul clima, la maggior parte innescati da poche decine di account collegati a colossi dell'energia fossile.
E quasi sempre, queste fake news, si basano su due concetti: il primo è che la crisi del clima non è una vera minaccia reale nel breve termine, il secondo è che le politiche energetiche necessarie, come l’avanzata delle rinnovabili, rischiano di minare la crescita economica.
Affermazioni che fanno pressione direttamente sul presente e sul portafoglio i quali, se ci pensiamo bene, sono due aspetti - soprattutto da dopo la pandemia in poi - che ci spaventano costantemente se inseriti in un contesto di permanenti tensioni geopolitiche.
Ci innescano una paura tale che nemmeno il possedere la bussola della scienza, come quella che indica la precisa strada da intraprendere abbandonando le emissioni fossili, è motivo di fiducia.

Ecco allora che in presenza di questi timori si è potuta facilmente inserire una nuova legittimazione della bugia: quella politica, arrivata all’apice con la definizione di crisi climatica come “truffa” secondo il presidente Usa Donald Trump.
Sfruttando le false leve sulle politiche verdi che avrebbero danneggiato l’economia - in Europa con il Green Deal e negli Usa con i piani di Biden - il tycoon ha così preso la palla al balzo per trasformare una fake news in affermazione di Stato, insinuando ancor più dubbi lasciati correre poi sui social a tal punto che altri decisori nel mondo lo hanno seguito.
Dal caso Venezuela sino al ritiro degli States dall’Accordo di Parigi, oppure le omissioni della parola “clima” dai siti governativi o lo smantellamento degli enti di ricerca, il "riposizionamento" del cambiamento climatico tanto cercato nel 1991 è stato quindi pienamente centrato: nonostante il surriscaldamento sia sempre più evidente è stato messo totalmente in secondo piano rispetto alla necessità di aumentare introiti e volumi delle energie fossili.
Come a dire: il futuro della Terra può attendere.
Se a vendere dubbi è chi ci governa siamo spesso costretti a comprare questa ricollocazione o finire per ancorarci, dalle magie della geoingegneria fino al greenwashing, a quello che ci viene offerto.

Il fatto assurdo è però che oggi, tra nuove tecnologie, intelligenza artificiale e persino kit per intercettare le false notizie, avremmo tutti gli strumenti per proteggerci da questo sistema: se però è direttamente la politica che continua governarci a essere diventata la principale fonte di fake news - tra bombe vere e quelle di disinformazione - allora non abbiamo abbastanza difese.
Ci rimane solo un’arma, dunque, contro le bugie dall’alto: il nostro voto.